“Caffettino”. La cultura del vero espresso italiano nel cuore di Londra

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London Borough of Wandsworth. A sud del Tamigi. Al confine con la City of Westminster. Basta attraversare il Royal Albert Bridge e siamo a Chelsea, il trionfo del lusso, delle facciate bianche con le colonne, delle ringhierine di ferro battuto. Precise, ordinate, inglesi. Aspettate però. Qui non siamo a Chelsea. Il ponte, oggi, non lo attraversiamo.

Restiamo qui. A sud. Senza lustrini, senza macchine tirate a lucido, senza prati tagliati alla perfezione. Restiamo a Battersea.

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[pic by Mike Rolls]

Da campagna con pochi insediamenti lungo le sponde del fiume, Battersea diventa zona industriale nei primi decenni del Novecento ed è oggi un quartiere vivace e sempre più popolare tra i Londoners e non solo. C’è un parco bellissimo, il Battersea Park, con un giardino subtropicale e una Pagoda della Pace che si affaccia maestosa sull’acqua.

E poi c’è la Battersea Power Station, resa nota dalla copertina dell’album Animals dei Pink Floyd del 1977 e chiusa dal 1983. La vecchia centrale termoelettrica attrae ancora turisti armati di macchina fotografica ed è in attesa di una riqualificazione imponente che dovrebbe dare un’ulteriore, potente spinta a tutto il quartiere (più info qui).

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[pic by Istvan]

Un giorno di qualche mese fa camminavo per Battersea Park Road con una di quelle persone che renderebbero fantastico anche il Grande Raccordo Anulare all’ora di punta. Entriamo in un bar. C’è un profumo forte di caffè buono. Ci sediamo su un divano con una coperta colorata sopra. Chiacchieriamo con un amico.

Ci sono i pacchi di pasta, i biscotti, le cassette della frutta assemblate a creare i mobili. Copertine di vecchi dischi italiani alle pareti, sedie e tavoli di legno, barattoli di caffè e di legumi. E caffettiere. Caffettiere dappertutto. Anche lo zucchero viene servito dentro una caffettiera. Questi mi sa che il caffè lo sanno fare per bene. E così io, fedelissima all’americano da tempo immemore, ordino un espresso senza neanche pensarci. Il caffè è buonissimo. E ci sentiamo a casa.

Mi guardo intorno ed è pieno di inglesi. E anche loro bevono l’espresso italiano a Battersea, nel cuore di Londra. E anche loro si sentono a casa.

Il bar in questione è il Caffettino (230-232 Battersea Park Road) e dopo quella prima volta è stato una tappa obbligata tutte le volte che sono passata da quelle parti.

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È gestito da tre ragazzi sorridenti originari di San Piero Patti, in provincia di Messina, ed è aperto solo da un po’ meno di quattro anni, ma si è già aggiudicato diversi premi tra cui il LOVE LONDON AWARD come migliore locale della zona.

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Ma come si fa a trasformare un locale come tanti altri in un posto così? Su cosa hanno puntato per riuscire a promuovere con successo il gusto e la cultura dell’espresso e dei prodotti di alta qualità? Come ci si sente a vedere realizzato il proprio sogno dal sapore italiano, giorno dopo giorno, a Londra?

Ho fatto due chiacchiere con due dei tre gestori del Caffettino, Federico e Santo Natoli, 32 e 34 anni, che hanno risposto con gentilezza e simpatia a tutte le mie domande. Ecco quello che ci siamo detti. Ecco un pezzetto della loro storia.

380532_216335371783416_577710918_nTre fratelli. Un bar a Londra. Un progetto che avevate da sempre?

Federico: In realtà no. Io vivo a Londra da undici anni. All’inizio ho studiato recitazione, ho lavorato in teatro e in tv. E mentre studiavo ho sempre lavorato come cameriere finché non ho avuto l’occasione di iniziare a gestire un altro bar qui in zona. Nel frattempo mio fratello Santo lavorava in cucina e anche con una certa soddisfazione perché era il cuoco di Mohamed Al-Fayed. Ma sai, in alcune cucine il lavoro è massacrante, arrivi a lavorare anche 50 ore a settimana. L’altro mio fratello, Angelo, era in Italia, ma con la crisi e tutto il resto si è creata una situazione per cui tutti e tre avevamo la voglia e la possibilità di dare il via a un progetto.

168808_456064414477176_80767337_nE questa bella coincidenza è passata per Battersea?

Federico: Sì, questo posto casualmente era libero. Chiuso quasi da un anno. E in realtà non è che avesse mai avuto chissà quale successo. Anzi, ti dirò che l’atmosfera in questa zona è sempre stata molto giù. E solo da un po’ di tempo si sta iniziando a muovere qualcosa. Negli ultimi tre anni è arrivata molta più gente.

Quindi dici che qui intorno un po’ si aspettava l’apertura di un posto dove andare a prendere un caffè.

Federico: Sì, non mi voglio vantare. Ma l’apertura del Caffettino ha alzato anche il prezzo delle case nelle vicinanze. Sai che negli annunci scrivono che c’è un nice coffee shop? E questo è un dettaglio che fa anche triplicare i prezzi.

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Un successo quindi. Un grande risultato. Ve lo aspettavate?

Federico: Mah…noi abbiamo iniziato un po’ così, all’avventura. Abbiamo pensato di creare un posto che piacesse innanzitutto a noi, sfruttando la nostra conoscenza della zona. Pensando che noi per primi volevamo che in questa parte di Battersea ci fosse un posto dove prendere un buon caffè. Ci siamo rimboccati le maniche, da una parte confrontandoci con tutte le faccende amministrative (e sono tante, banca, tasse, ecc.), e dall’altra lavorando proprio sul locale, sulla struttura, sull’atmosfera, sulla qualità.

E i prodotti di alta qualità ovviamente vi costano un po’ di più…

Federico: Sì. Ma almeno siamo sicuri di quello che offriamo. Siamo pronti a dire: “Assaggia. Se non ti piace non te lo faccio pagare neanche”. Perché abbiamo la certezza di dare qualcosa di diverso. Un inglese automaticamente ordina un tè e prepara 1£ per pagarlo. Ma ormai con 1£ non compri nemmeno le caramelle e non sempre è facile far capire al cliente che se paga un po’ di più è perché davvero sta per assaggiare qualcosa di buono. Anche sul tè, che è una bevanda diciamo tipica, abbiamo fatto scelte precise e ci siamo rivolti a fornitori premiati.


Ecco, gli inglesi sono rinomati in tutto il mondo per essere grandi bevitori di tè e il caffè è diluito e si consuma nei bicchieroni di carta con aggiunta di latte. E del nostro piccolo espresso italiano? Che mi dici?

Federico: Ti dico che ne facciamo tanti e questa è una grande soddisfazione. In tutti i posti in cui ho lavorato a Londra ho sempre fatto pochissimi espressi ed è bello invece vedere che in qualche modo stiamo contribuendo a far nascere e a diffondere la cultura dell’espresso dove questa cultura non c’è. Quando chiedi un espresso a Londra in genere ricevi una specie di caffè americano però più corto. Invece qui serviamo un espresso fatto come deve essere fatto. Per questo lo apprezzano.419702_260413640708922_353509101_n

Quindi la cultura dell’espresso in Inghilterra si sta diffondendo. Ma per il resto come cambia il menù di un bar italiano tradizionale, quando questo bar italiano si trova a Londra? Immagino vi siate dovuti adattare.

Santo: All’inizio tanti ancora vengono e chiedono una fully English breakfast, la colazione tradizionale inglese che noi all’inizio non facevamo. Abbiamo iniziato a fare una colazione un po’ più orientata verso il loro gusti, ma abbiamo provato a personalizzarla. L’English breakfast c’è, ma è a modo mostro.

L’uovo non è fritto, eggma è un poached egg (una sorta di uovo in camicia, ma cotto al vapore) ed è servito su pane tostato con spinaci freschi o con del prosciutto italiano. Aggiungiamo poi una Hollandaise fatta da noi.

(L’Hollandaise, a dispetto del nome che fa pensare all’Olanda, è una salsa francese preparata con burro, tuorlo d’uovo e succo di limone, ndr)

Il piatto italiano che sta avendo più successo?

Santo: Sicuramente la pasta al forno. Sai, per noi italiani la pasta al forno è una cosa normale, mentre per gli inglesi la pasta al forno esiste solo sotto forma di Lasagna. E invece è comoda, anche per un pranzo veloce. Se sei inglese ti incuriosisci e la assaggi. Se sei italiano sei contento perché qui o hai voglia di cucinare e te la fai a casa oppure a Londra non la trovi da nessuna parte. Abbiamo ricevuto un ottimo feedback anche per le nostre insalate, di verdura e legumi, e per i nostri panini, che gli inglesi consumano anche nel pomeriggio come afternoon tea sandwiches.

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Parliamo dei prodotti. Sono italiani? Da chi vi rifornite?

Santo: Alcuni prodotti sono locali, come gli asparagi, il cavolo e ovviamente le patate. Sono ottimi anche in Inghilterra e li prendiamo qui. Ma la maggior parte rimane comunque made in Italy. Il nostro caffè è italiano e abbiamo un fornitore italiano per le verdure, la frutta, la pasta, i biscotti. Anche se ancora, per esempio sulla pasta, i consumatori stranieri non hanno ancora maturato un gusto definito.

Federico: Quando sono arrivato io al supermercato non c’era niente di italiano. Io mi portavo la pasta con le valigie. Mi portavo il parmigiano. Mi portavo tutto da casa. Adesso invece si trovano tante cose e addirittura anche marchi inglesi si sono messi a produrre pasta. Ma non c’è ancora un gusto per le cose artigianali. Se porto una pasta artigianale, che quindi ha un costo maggiore, non c’è ancora la sensibilità giusta per apprezzarla, ma ci arriveremo. È solo questione di tempo.

DSC_0679Chi sono i vostri clienti? Ho sempre visto tanti inglesi seduti ai vostri tavoli…e bambini!

Federico: Sì, tanti inglesi, italiani, coppie miste di inglesi e italiani. E sì, tante famiglie con i loro bambini.

Sono seduti qui con fogli di carta e colori, disegnano…

Federico: Sì, è come se fossero a casa. In questi tre anni molti di loro li ho visti crescere. Ce ne sono alcuni che la mattina prima di andare a scuola devono passare dal Caffettino. E l’altro giorno ne ho sentito uno che mentre passava qui davanti diceva al papà: I like Caffettino. Si sentono a casa ed è quello che volevamo.

Hai ragione. Sembra proprio di andare a trovare degli amici. Ma come si crea questa atmosfera?

Federico: Innanzitutto lo stile. L’arredamento, i materiali che abbiamo usato per rendere questo posto accogliente.

E poi lo staff che scegliamo. Non badiamo tanto alle competenze tecniche, non cerchiamo i super baristi. Perché ad usare la macchina del caffè si può imparare e si può imparare a farlo benissimo. Ma il sorriso, la spontaneità, la capacità di accogliere e di stare a contatto con la gente non si imparano. Sono tue. O ce le hai o non ce le hai.

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Qual è il vostro posto del cuore a Londra?

Santo: Questo quartiere. Battersea, senza dubbio.

Federico: Il fiume. Io faccio canoa e quando finisco di lavorare mi piace prendere la mia barchetta e fare un giro sul fiume. Vedere Londra dall’acqua è uno spettacolo incredibile. Sei lì in mezzo, senza traffico e senza cellulare. Anche per questo ho sempre voluto vivere vicino all’acqua.

Cosa consigliereste ai ragazzi che hanno voglia di cambiare aria, lasciare l’Italia e sognano Londra?

Federico: L’esperienza all’estero la consiglio sempre. Serve. Ma credo che sia importante intanto cercare il più possibile il contatto con gli stranieri. Quindi lavorare in un ristorante italiano magari sì, ma giusto all’inizio. E poi cercare altro. E soprattutto è fondamentale avere un progetto. Lavorare perché si vuole aprire un’attività o lavorare e studiare per guadagnarsi poi un posto migliore. Perché la Londra di oggi non è la Londra di dieci anni fa.

270851_456114861138798_1552295180_nAbitate qui da molto tempo, immagino l’abbiate vista cambiare…..

Federico: Sì, in undici anni che sono qui l’ho vista cambiare molto. L’ho vista chiudersi. Adesso è più difficile trovare lavoro. Devi condividere gli spazi e più che per vivere, lo fai per sopravvivere. Quindi ripeto: partire sì, ma dandosi un obiettivo e soprattutto un tempo per raggiungerlo.

Londra è un paese dei balocchi. Pensi di poter avere tutto, ma se non stai attento passa un sacco di tempo e ti ritrovi senza niente. Perché un anno qui è un anno densissimo. È un anno che equivale forse a tre anni di vita in Italia. Ma passa veloce. Entri nella routine e un giorno ti svegli e sei a Londra da dieci anni. E non solo non è cambiato niente, ma forse ti sei dimenticato anche il motivo per cui eri partito. Ma non è mai tardi. Anche a trent’anni si può continuare a imparare, a studiare per migliorarsi.

Ultima domanda obbligatoria: i progetti per il futuro del Caffettino?

Federico: L’idea è di aprirne un altro e ci stiamo guardando intorno per trovare il nuovo locale. O sempre a Battersea, un po’ più vicino alla Power Station che come zona sta crescendo. Oppure all’estero, in Spagna, in Italia. Ci stiamo ancora pensando.

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L’intervista finisce e spengo il registratore. Santo è già tornato dietro il bancone da un po’. È sabato pomeriggio, c’è da fare e lui è responsabile della cucina. Resto seduta al tavolo con Federico. Si guarda intorno. Vedo nei suoi occhi un po’ di quello stupore che si prova solo quando si guardano le cose costruite con le proprie mani. Pezzo dopo pezzo.

“Questo muro qui lo abbiamo fatto noi” mi dice “e ora sono passati quasi quattro anni. E lo guardo. Seduto qui. Anche questo tavolino” mi indica il tavolo basso vicino al divano “comprarlo sarebbe costato tantissimo. E invece ho preso un bancale, ho comprato le ruote e via! E poi per il resto aste, usato…”

Potremmo continuare a lungo. Quando si riesce nell’impresa di trasformare quattro mura in un posto speciale per così tante persone, è normale avere tanto da raccontare. Ed è un piacere ascoltare.

Prima di salutarci, Federico mi regala un cappuccino con una Latte art a forma di cuore. Ma la prossima volta, gliela chiederemo a forma di kiwi!

CAFFETTINO

DOVE: 230-232 Battersea Park Rd, SW11 4ND, London
QUANDO: dal lunedì al venerdì dalle 7:30 alle 17 / sabato e domenica dalle 8:30 alle 17
COME ARRIVARE: dieci minuti a piedi dalla stazione di Battersea Park o bus 44 da Victoria Station
MORE INFO: Pagina Facebook 

Credits

photography: Noelia Arellano Hidalgo / Caffettino

networking: Gaia Caputo


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