Crumbs, briciole di vita au pair – Le case storte e vuote di Hatfield

hatfield
Hatfield è una cittadina di 27883 abitanti a nord della contea dell’Hertfordshire. Ci sono arrivata alle undici di mattina dopo 40 minuti di viaggio sulla A14, un po’ di nebbia e tanta musica.

All’agenzia di collocamento mi hanno fatto accomodare su un divano blu scuro. La moquette verde con impronte di fango qua e là. Lo sapete che piove sempre nel vostro Paese, sì? E com’è che ancora vi ostinate a mettere ‘sto tappeto per terra?

Davanti a me ci sono due ragazzi apparentemente dell’Est Europa. Nonostante faccia caldo dentro, non si tolgono il giubbotto. Si sentono protetti, così. Si stringono le mani.

– Are you working or are you looking for a job? – chiede l’impiegata con una cartellina in mano.

– Looking for a job – risponde lui. Si volta verso la sua ragazza e le sorride. ‘Ce la facciamo’, sembra volerle dire. Anche loro, come me, sono qui per il NIN.

Il NIN, National Insurance Number, è un numero identificativo. Una sorta di codice fiscale che serve per lavorare in Inghilterra. Lo richiedi telefonicamente chiamando questo numero e l’impiegata prende un appuntamento per te in un Job Centre, un ufficio di collocamento. Uno qualsiasi, uno dove c’è posto. Uno anche a 40 minuti di strada, che non sai nemmeno come arrivarci.

Il NIN ti arriva a casa dopo qualche settimana. Per questo, prima di tutto, devi avere una casa. O un posto dove far sì che questa lettera arrivi. E devi parlare inglese, almeno un po’, perché al Job Centre ti fanno un breve colloquio e vogliono sapere perché, anche tu, come centinaia di altre persone ogni giorno, stai chiedendo di poter lavorare in un Paese che non è il tuo.

L’impiegata mi chiama. Sbaglia il mio nome. Sbaglia il mio cognome. Ma ormai ci sono abituata. Nella stanza per il colloquio mi aspetta un signore con i capelli bianchi di nome Maxwell. I suoi genitori erano stati in viaggio di nozze a Giardini Naxos e lui, che vuole a tutti i costi ricordarsi il nome della città, continua a dirmi ‘Xos Xos Xos’.

È così bella la Sicilia agli occhi di tutti quelli che non ci hanno mai vissuto. Appena socchiudiamo le labbra e pronunciamo il nome della nostra isola, i loro sguardi si illuminano.

Sicily should be kind of a paradise! What are you doing here? –

E in effetti, quando esco dal Job Centre con la richiesta del NIN in mano, c’è così freddo e il cielo è così bianco che me lo chiedo anch’io. E allora decido di non tornare subito a casa.

La tristezza va attraversata. E l’ho attraversata camminando a piedi per un’ora e mezza per le strade strettissime di Hatfield. Ho respirato, ho bevuto un tè. Sembrava un deserto immerso nella nebbia. Un villaggio-dormitorio.

Tutti a Londra a lavorare e le loro case lì, storte e vuote.

Ho pensato a Host Bambina, a tutte le storie da raccontare che questo posto mi ha dato, a quanto mi ha riempito e mi riempie. Alla mia lingua che si è sciolta anche se parlo in inglese e a tutta la forza che ho trovato perché ci sono giorni in cui io  faccio talmente tante cose che non mi siedo. Nemmeno un minuto.

– I am working here. I am an au pair –

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