Crumbs, briciole di vita au pair – Danish bread, Korean sauce and spaghetti

Crumbs #7

Pensavo da un po’ che fosse il caso di imparare l’inglese come si deve, once and for all.

Inizialmente la voglia di cambiamento, più il chiodo fisso per l’accento sexy di Ewan McGregor, spinsero per farmi selezionare famiglie esclusivamente scozzesi: volevo andare a Edimburgo, dove gli uomini portano il kilt, non nella Londra vista e rivista. L’agenzia mi accontentò, e passai i giorni seguenti impelagata in interviews talmente criptate da farmi rimangiare le lamentele per il greco antico.

Per chi non fosse pratico della Gran Bretagna, c’è un limite geografico molto antico, noto come Vallo di Adriano. Ebbene si, pure all’illustre imperatore era chiaro cosa distingueva coloro che abitano a Sud da coloro che abitano a Nord di esso: se con i primi la difficoltà di comunicazione va dal fattibile al medio, con i secondi va dall’impossibile al “potresti insultare mia madre e risponderei comunque you’re welcome”.

La svolta arrivò quando l’agenzia mi girò il file di una famiglia scandinava, che viveva a Londra ed era stata valutata positivamente dalle precedenti au pair. Chiamai la madre la sera stessa, sembrava una tipa sgaggia, diceva di essere norvegese, di essere sposata con un danese, di vivere a Kew, a meno di mezz’ora dal centro. Diceva di avere tre bambine, che parlavano molto bene l’inglese, e che la piccolina era nata con la sindrome di down, ma che non esisteva persona al mondo che non l’adorasse.

Mi convinsi che quella sarebbe stata la famiglia perfetta per me. E che prima della Scozia sarebbe stato meglio imparare l’inglese con una famiglia non madrelingua.

Il mese dopo partii con in valigia un impermeabile, il sugo della nonna e un pacco di spaghetti buoni, che non si sa mai. In aeroporto mi attendeva una coppia strana: papà nordico, mamma asiatica, due bellissime bambine senza scarpe e un fagotto che dormiva sul passeggino.

Torniamo a casa, e la futura hostmum pose la domanda fatidica: “Leggendo il tuo nome avevo qualche dubbio, ora che ti vedo devo proprio chiedertelo. Sicura di essere italiana?”. Io: “Beh si, abbastanza. E tu sicura di essere norvegese?”. Scoppiò in una risata lunga una vita e mi spiegò di esser nata in Corea, ma di esser stata adottata in Norvegia quando era piccola.

Così inizia la storia di come mi sono ritrovata a condividere la tavola (e la vita) con una splendida famiglia di scandinavi, che prima di me preparavano la pasta, ma la chiamavano “pesta”.

Un anno dopo non posso che condividere gli esilaranti episodi che hanno caratterizzato la mia esperienza da au pair e grazie ai quali ho maturato la prima lezione importante di quando ci si trasferisce a Londra.

A volte lo scambio è equo, qualcosa lo impari e qualcosa lo insegni, ma il più delle volte puoi soltanto accettare la dura realtà che continueranno a mettere il ketchup sulla pizza anche se gli hai spiegato che non si fa, e che è Ewan Mcgregor ad esser sexy, non l’accento scozzese.


Nicole Baù, 25 anni
aupair in Kew (London)
nicoleb17.89@gmail.com

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...