SAY BOO! Il vero Halloween delle ragazze alla pari

Halloween ragazze alla pari
Dopo circa 10 Halloween all’italiana era arrivato finalmente l’anno in cui avrei trascorso la festività anglosassone nella città che è la capitale dei travestimenti: Londra. Ecco un racconto sul mio Halloween in UK. Di come sono finita a togliermi le foglie dal cappuccio e a scortare una gang di bambine tra nani temibili, case inquietanti e riti d’iniziazione. SAY BOO!

Avete presente le feste di Halloween in Italia?

«Mi raccomando eh, tutti in maschera!»
«Dai dai che chi è travestito entra gratis»
«Non me ne frega niente, quest’anno non cercate scuse!»

Grandi aspirazioni, preparativi entusiasti e aspettative alle stelle. Poi arrivi nella grande sala allestita per l’occasione – ragnatele penzolanti, zucche intagliate alla buona e ragni poco convincenti qua e là – e ti trovi davanti a una distesa di gente scocciata, schiacciata e tristemente vestita COME TUTTI GLI ALTRI GIORNI. Le donne più trasgressive con il cappello da strega. Gli uomini impavidi equamente divisi tra conte Dracula e fantasma.

Dopo circa 10 Halloween all’italiana – io ero tra quelle trasgressive e col cappello da strega – era arrivato finalmente l’anno in cui avrei trascorso la festività anglosassone nella città che è la capitale dei travestimenti. Londra: l’unico posto al mondo – forse insieme a New York – dove è possibile incontrare, in un solo vagone della metro e in un qualunque venerdì pomeriggio, una cheerleader, Superman e un uomo con una tuta di peluche da cane dalmata con lunghe orecchie (fatto realmente accaduto).

«Chissà che fanno a Londra la notte di Halloween»
«Vuoi vedere che qui la gente si traveste veramente?»

Non sapevo bene cosa aspettarmi o dove saremmo andate. Sapevo solo che una manciata di amiche provenienti da varie parti del mondo, i costumi in offerta che avevamo già visto al negozio sulla High Street e la birra in lattina comprata all’Off Licence sarebbero stati gli ingredienti perfetti per una notte brava da vere Londoners che a un certo punto si tolgono le scarpe. Sono sincera, non vedevamo l’ora. Ne parlavamo a scuola d’inglese, ci passavamo i link su Facebook e c’era già il gruppo ‘Halloween Yuuuuu!’ su Whatsapp.
Avevamo trascurato solo un piccolo dettaglio. Non eravamo studentesse spensierate. Non eravamo bariste o cameriere. E nemmeno turiste in vacanza desiderose di confondersi con la fauna locale.

Eravamo ragazze alla pari. Ed eravamo fregate.

Proprio così, fregate! Perché se ovviamente il giorno della settimana cambia di anno in anno, ciò che non cambia mai è che la notte di Halloween cade durante Half Term, ovvero il periodo a metà quadrimestre in cui i children rimangono a casa da scuola per una settimana, dando il doppio del filo da torcere a baby sitter, au pair e nannies. Per farla breve, andò così:

«Chiara, please, se non ti scoccia e non avevi già preso impegni, potresti accompagnare tu le piccole a fare ‘Trick or Treat’? E visto che poi mangiano tutte qua, non è che faresti anche le lasagne? Lo sai come sono le ragazzine…»

No, non lo so come sono le ragazzine e prima di arrivare qui manco mi interessava. E sì, mi scoccia in un modo che potrei spaccare zucche contro un muro fino a domattina, ma già i rapporti con la quasi teenager sono quello che sono. Ci manca solo che vi bidoni due giorni prima di Halloween!

E quindi, mentre l’intera capitale britannica dai 3 anni circa in su, si preparava per vivere in prima persona una delle notti più attese dell’anno, tante giovani ragazze alla pari immaginavano di spaccare zucche contro i muri e si apprestavano a supervisionare l’evento. Io, nello specifico, facevo anche un botto di lasagne. Vegetariane, perché Host Bambina aveva anche una compagnetta indiana che per questioni di privacy chiamerò Hare Krishna.
Non sapevo che quella, in realtà, sarebbe stata una serata memorabile.

Partecipare al ‘Trick or Treat’, ‘Dolcetto o Scherzetto’ è assurdo e divertente. E adesso vi spiego brevemente cosa succede.

Tanto per cominciare, le strade si riempiono di nani convinti di farvi paura. Alti un metro scarso, denti da latte in bocca e sguardo minaccioso. Al termine di giorni di riflessione e pianificazione spietate con compari e comari, il 31 ottobre sera sfoderano il costume di Halloween che secondo loro è la trovata geniale, la più terrificante che il quartiere abbia mai visto. Non scoppiare a ridergli in faccia fa parte delle prove che gli adulti devono superare.
I nani temibili camminano fieri con il petto in fuori, pronti ad accaparrarsi le caramelle e i cioccolatini che alcuni vicini hanno preparato. Già, perché il tour non è un vero e proprio porta a porta. Esiste un codice preciso fatto di segnali che permettono di riconoscere in quali case è possibile bussare. Ed è qui che entra in gioco la zucca intagliata e illuminata.

Zucca fuori dalla porta = dolcetti a disposizione.
Niente zucca = statevene alla larga.

E poi luci, scheletri che penzolano dagli alberi, lenzuola imbrattate di sangue finto,  insegne minacciose e lapidi che spuntano dai prati. Nemmeno il Villaggio di Babbo Natale in Lapponia viene decorato con tanta attenzione e maestria.

Ma torniamo alla mia entusiasmante serata e al gruppo di quasi teenager. Il mio compito era fondamentalmente scortarle, ma sempre alla giusta distanza per evitare che fossero scambiate per kids, mettendomi dietro i cespugli quando arrivava il momento di bussare alla porta. A un certo punto della passeggiata, Host Bambina mi segnalò una casa in fondo al viale in cui non aveva mai avuto il coraggio di entrare. Ma ora, a 12 anni suonati, era tempo di superare anche questa paura. Se nei film americani vediamo i bambini pronunciare in coro la formula ‘Trick or treat’, raccogliere i dolcetti e andarsene beati, nella realtà ci sono alcune case in cui devono superare una serie di prove prima di ottenere l’agognato spuntino. E quella casa era una di queste.
L’unica contraria era Hare Krishna, che provò in tutti i modi a opporsi ricevendo come risposta un invito a restare fuori con l’au pair, cioè io. Dalla sua reazione capii che ‘restare con l’au pair’ è uno dei peggiori auguri che un bambino possa fare a un altro.

Una donna anziana a dir poco bizzarra con delle calze verdi fluo che non mi scorderò mai, aprì la porta e invitò le ragazzine a entrare. Host Bambina si gira, cerca il mio sguardo. Io faccio capolino dai cespugli, ma quella non mi dà il tempo di fare alcun cenno e si fa tirare dentro dalla compagna giapponese dal cuore impavido cresciuta a riso e Kill Bill. Potete immaginare la mia ansia. Mi vedevo già in mezzo alla strada, sbattuta fuori per aver abbandonato il minore in mani ignote e potenzialmente folli.
Orecchio attaccato alla porta della casa, con ancora qualche foglia in testa e il cuore in gola, mi sono beccata pure le risatine dei nani temibili che passavano nel vialetto e si facevano beffe di me. Ma un passo in più non lo facevano, quei fifoni!

Come fu e come non fu, Host Bambina, Kill Bill, Hare Krishna e tutte le altre uscirono sane e salve dalla casa, cariche di snack deliziosi tipo i Maltesers e le barrette di Dairy Milk Caramel. Il rito di iniziazione era stato superato e loro erano pronte a vantarsene con tutti i bulli del quartiere. I racconti, ovviamente, furono incredibili in senso letterale. Tetto tappezzato di ragnatele, animali imbalsamati sulle mensole, pipistrelli VERI e formule da leggere ad alta voce una alla volta mentre le altre si tenevano per mano. Non me la diedero a bere e, per fortuna, anche Host Mamma commentò ridendo e lanciandomi sguardi d’intesa. Dopotutto, mi ero già meritata il titolo di ‘best au pair ever’ perché le avevo lasciate camminare davanti, da sole, senza farmi vedere quando si avvicinavano alle case.

In tutto ciò, io mi levavo le foglie dal cappuccio e mi convincevo del fatto che mai e poi mai sarei diventata quel tipo di mamma solerte che torna da lavoro e passa serate gioiose intagliando decine di zucche e ritagliando scheletri, topi di cartoncino e ragni con un rassegnato marito.

Per togliermi dall’impiccio, dunque, me ne sono tornata in Italia. Ma un bel pacco di Maltesers sabato sera me lo compro lo stesso.

Nella foto, Nanny Mcphee.
Articolo originale su Italian Kingdom.

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